“Quando
il mango fiorisce abbondantemente e i suoi fiori si mantengono a lungo,
se rimangono fino a quando maturano i frutti, allora sappiamo che
sarà
un anno fantastico per il raccolto. Guardando il mango sappiamo se
è
meglio preparare tanta terra oppure seminare di meno, per poter
irrigare di più e ricavare il massimo possibile. La terra
è parte della
nostra vita e noi viviamo in armonia con la natura.” Magdalena Perez
Vieda è in Italia da circa un anno, rifugiata politica. I suoi
occhi si
accendono mentre racconta il suo popolo, la sua cultura. Evoca un mondo
lontano, nello spazio e nel tempo, mentre camminiamo insieme nelle vie
del centro di Roma, affollate di visitatori e turisti. Nei dialoghi con
Magdalena affiora di continuo il mondo da cui proviene, la sua storia,
il modo di vivere della sua gente, come se li avesse cuciti sulla pelle
e come se la bellezza artistica della Città eterna le passassero
sopra
sfiorandola appena.
Il
popolo Tolupan attualmente è esposto alla minaccia di genocidio.
Per
questo Magdalena è in Italia. Una multinazionale canadese, la
“Entremares”, che è anche impresa mineraria, ha messo gli occhi
sul
loro territorio, ricco di legname e di materiali preziosi. Hanno
chiesto di comprarlo, ma per i Tolupan si tratta di una richiesta
impossibile, prima di tutto perché la loro civiltà si
è sviluppata e
vive in simbiosi con l’ambiente naturale e poi perché non
conoscono la
proprietà privata, e il possesso della terra è
collettivo. Lo Stato
dell’Honduras riconosce il particolare statuto dei popoli indigeni
già
dal 1864, quando ha legalizzato questa forma di proprietà
comune.
Inoltre a partire dagli anni ‘50 del Novecento, quando è stata
scritta
la Costituzione repubblicana, l’art. 346 afferma che “è dovere
dello
Stato proteggere e vegliare per gli interessi della popolazione
indigena, là dove sono situati, rispettando la loro religione,
il loro
credo, la loro cultura”.
“Siamo a nord di Tegucigalpa, quasi al
centro del paese. Prima dell’arrivo degli spagnoli abitavamo una
pianura a S. Pedro Soula, che era il centro di un libero mercato tra le
nostre tribù ed era una specie di ponte con i territori del
Messico e
il Guatemala. Dopo la conquista abbiamo dovuto ritirarci sulle
montagne. Viviamo della semina, della pesca e della caccia. Il nostro
territorio è un habitat che amministriamo e in cui ci muoviamo
con
molto rispetto, usando solo mezzi tradizionali. Non usiamo sostanze
chimiche per coltivare. Dai boschi prendiamo il legname che serve a
costruire le case; nel fiume c’è un po’ di oro e chi ha bisogno
va a
prenderlo, ma solo lo stretto necessario”. Attualmente sono circa
58.000 le famiglie Tolupan, divise in tribù, suddivise a loro
volta in
comunità.
Inquinamento e terrore
Ora però le
multinazionali attaccano la natura intatta di questo angolo di mondo:
“Hanno avvelenato i fiumi, fatto morire i pesci e lanciato con l’aereo
dei prodotti chimici che uccidono gli alberi della foresta”. Ma la
volontà di fare terra bruciata intorno i Tolupan e costringerli
ad
andarsene non si ferma alla distruzione della natura: negli ultimi otto
anni sono stati uccisi più di cinquanta leaders di
comunità e Magdalena
stessa ha perso otto membri della sua famiglia, tra cui un fratello
appena trentenne e il suocero. Il marito, Angel, dopo l’uccisione del
padre e il ferimento della madre ha avuto paura ed è scappato.
Marisol,
la più piccola dei loro quattro figli, aveva appena due o tre
mesi. Per
più di due anni non si sono più avute notizie di lui.
Solo alla fine di
agosto di quest’anno è arrivata una telefonata dagli Stati
Uniti: in
tutto questo tempo Angel è stato quasi sempre in prigione,
arrestato
più volte alla frontiera mentre cercava di passare dal Messico
agli
Stati Uniti. Non aveva saputo più nulla del suo paese, della sua
famiglia, né che Magdalena fosse in Italia.
“Siamo rimasti al
telefono mezz’ora, ma facevamo fatica a parlare per l’emozione, per la
distanza e perché è passato tanto tempo e sono successe
tante cose”.
Angel ora ha un permesso provvisorio, che scadrà
improrogabilmente a
luglio. Poi dovrà lasciare gli Stati Uniti o diventare
clandestino.
Magdalena
è dovuta scappare in Italia: il suo popolo e le diverse
organizzazioni
in cui era impegnata l’hanno incoraggiata e sostenuta a lasciare il
paese e a mettersi al sicuro.
Magdalena infatti ha ricoperto diversi
incarichi di responsabilità: è stata presidente della
Coordinadora
Nacional de las Mujeres Indígenas e Negras de Honduras
(CONAMINH)
segretaria della FETRIXI (Federación de tribus Xiqaques de
Iyoro),
rappresentante alla Secretaria de la Tierra nella Confederación
de
Pueblos antoctónos de Honduras, tesoriera del Consiglio
direttivo della
sua tribù. Diverse volte i rappresentanti dell’ “Entremares"
sono
andati da lei per farle firmare l’atto di cessione delle terre. Ma: “la
terra non è mia, appartiene al popolo da generazioni e
generazioni”.
Così ha lasciato i quattro figli affidandoli a sua sorella ed
è
partita, aiutata da una associazione italiana attiva nella cooperazione
internazionale.
L'asilo politico
La
situazione di persecuzione è talmente chiara e documentata che
dopo
solo due mesi le è stato concesso l’asilo politico. Pensavamo
che
avrebbe subito cercato di riunire la sua famiglia qui, dove è al
sicuro, ma nonostante la pena e la nostalgia per i figli, Magdalena non
ha voluto. È decisa a tornare nella sua terra appena possibile,
a
continuare la lotta per il suo popolo. Intanto è preoccupata per
la sua
comunità che da tre anni non riesce a seminare perché
è sempre sotto
l’incubo degli squadroni paramilitari assoldati dalle multinazionali.
“Il 12 agosto hanno ucciso il figlio di mia cugina, un ragazzo attivo
che lavorava per la comunità”. La notte di Natale dello scorso
anno un
altro suo parente è caduto in una imboscata. Aveva 35 anni e tre
bambini piccoli.
“Ora c’è una situazione di fame terribile.
Produciamo il mais, ma il regime di libero commercio è lesivo
per la
nostra cultura indigena, inoltre da quasi tre anni non abbiamo potuto
seminare per il terrore. In primavera mio figlio maggiore Vladimiro,
insieme a Marcelino Marinez, un avvocato contadino, ha riunito tre
tribù: erano tremila persone e cercavano di avviare insieme un
piccolo
progetto di semina. Dopo tre giorni da quella riunione, gli hanno teso
un’imboscata. Viaggiava su una jeep con un cugino e alcuni uomini lo
aspettavano in un punto stretto della strada. Erano armati di mitra. La
jeep, raggiunta da più di cinquecento colpi, è finita in
un fosso e
loro sarebbero certamente stati uccisi se Vladimiro non avesse avuto
con sé una pistola e non avesse reagito. Per fortuna si sono
salvati,
ma sono rimasti seriamente feriti: mio figlio ha quasi perso l’uso di
una mano. Adesso il popolo sta soffrendo la fame e non sappiamo come
aiutare. Noi non vogliamo soldi, vogliamo solo essere rispettati nella
nostra dignità e vivere in pace.”
Far conoscere la storia
A
Roma Magdalena ha trovato lavoro in una famiglia e cerca appena
può di
mandare soldi alla sua tribù, ma soprattutto non tralascia
nessuna
occasione per parlare di questa situazione, per sensibilizzare, per
chiedere aiuto: incontri, conferenze, interviste e di recente due
incontri informali presso la Commissione Esteri del Senato: “Se nessuno
ci aiuta, il nostro popolo è condannato al genocidio. In Senato
ho
presentato una proposta di aiuto in cinque tappe e ho chiesto che
facciano pressioni sul governo perché fermi le multinazionali e
intervenga a punire questi omicidi. Mi hanno assicurato che manderanno
una raccomandazione...”.